Quei poteri catto-confindustriali dietro l’operato di Mansi
Per la seconda volta nella sua carriera di banchiere, l’attuale presidente del Monte dei Paschi di Siena Alessandro Profumo è stato messo all’angolo dalle fondazioni e dalla cosiddetta finanza bianca. Due anni fa si è dimesso da Unicredit su pressione delle fondazioni d’impronta leghista ed ex democristiana come Cariverona e Crt, contrarie a un’ascesa dei soci libici nell’azionariato. Sabato scorso la Fondazione Monte dei Paschi di fatto l’ha sfiduciato ma non ha preteso le sue dimissioni.
6 AGO 20

Per la seconda volta nella sua carriera di banchiere, l’attuale presidente del Monte dei Paschi di Siena Alessandro Profumo è stato messo all’angolo dalle fondazioni e dalla cosiddetta finanza bianca. Due anni fa si è dimesso da Unicredit su pressione delle fondazioni d’impronta leghista ed ex democristiana come Cariverona e Crt, contrarie a un’ascesa dei soci libici nell’azionariato. Sabato scorso la Fondazione Monte dei Paschi di fatto l’ha sfiduciato ma non ha preteso le sue dimissioni. Sarebbe stata una conseguenza logica dopo che la Fondazione, azionista di controllo dell’istituto, ha deciso di rinviare a maggio l’aumento di capitale che Profumo voleva lanciare a gennaio. La ricapitalizzazione avverrà tra molte incognite. E’ stata un’inedita rottura tra banca ed ente, entrambi in crisi finanziaria. L’artefice è Antonella Mansi. Trentanove anni, senese, guida la Fondazione da tre mesi ed è sostenuta da un blocco di potere riconducibile sia alla finanza bianca sia alla Confindustria.
E’ stata infatti presidente di Confindustria Toscana dal 2008 al 2011, e ora è vicepresidente dell’associazione nazionale con delega all’organizzazione. In molti vedono, nell’odierna ribalta mediatica della Mansi, i preparativi a una successione ai vertici di Confindustria quando il presidente Giorgio Squinzi lascerà. Come il patron della Mapei, anche la Mansi è un’imprenditrice del settore chimico (proprietaria della grossetana Nuova Solmine). Durante la battaglia elettorale contro Alberto Bombassei, Confindustria Toscana fu tra i primi a fare coming out per Squinzi. L’ipotesi della successione, però, è per il momento prematura. Di certo, i vertici confindustriali in alcuni casi la consigliano, soprattutto per dosare la sua esposizione mediatica in questi mesi critici a Siena, e in altri la sostengono. In questi giorni, ad esempio, Confindustria Siena ha caldeggiato l’ingresso del Fondo strategico italiano (Fsi) della Cassa depositi e prestiti in Mps (operazione potenzialmente imbarazzante per la Banca d’Italia che diverrebbe azionista di una banca vigilata, in quanto già socia di Fsi).
I legami con la finanza cattolica sono da collegare agli esordi di Mansi. E’ stata presidente di Banca Federico Del Vecchio, boutique della borghesia fiorentina, controllata dell’aretina Banca Etruria (ora in crisi e in procinto di fondersi). Quest’ultima è presieduta da Giuseppe Fornasari, ex parlamentare della Dc. Dalla stessa area politica proviene Giuseppe Guzzetti, presidente dell’Acri, l’associazione che riunisce fondazioni e casse di risparmio. Il settantanovenne banchiere milanese ha fornito diversi assist alla Fondazione Mps il cui dissesto grava sui bilanci Acri: ha osteggiato la ricapitalizzazione e, secondo indiscrezioni, si sta adoperando per lanciare un salvagente finanziario all’ente senese attraverso uno scambio azionario con Cariplo e Cariverona utile a fare cassa immediata. I segnali, insomma, sono quelli di un Monte più “bianco” che “rosso”. Il Pd, che è stato il partito di riferimento di Mps per anni, ora ha una posizione ondivaga. Il sindaco di Siena, Bruno Valentini, un para-renziano, si scaglia contro i vertici in difesa della senesità del Monte (ma in estate disse di avere trovato dei compratori esteri). Il Pd nazionale bisticcia. Il viceministro dell’Economia, Stefano Fassina, polemizza col segretario di partito Matteo Renzi perché è rimasto silente. Renzi è sì attento alle istituzioni territoriali, in quanto sindaco di Firenze, ma i suoi testimonial economici hanno parlato per lui: l’economista Yoram Gutgeld e Davide Serra, un manager, da posizioni mercatiste hanno cassato la scelta di Mansi. Tra gli “ex” c’è chi come Franco Ceccuzzi, già sindaco dalemiano che appoggiò Profumo, dubita del salvagente guzzettiano: pensa sia un bluff. E Romano Prodi? Cattolico di sinistra, in questi giorni si è dichiarato pubblicamente favorevole alla permanenza dei vertici attuali. Ma tra i potenziali successori di Profumo non mancano i cosiddetti “prodiani”.